09.11

Turin

canta la vita

Turin canta la vita
così recita lo specchio antico in Corso Vittorio Emanuele.

Ed è proprio così. Passeggiando in una sera d’autunno, tra la nebbia di ampi viali, tutto sembra tacere. Eppure, se si tende l’orecchio, si sente un dolce canto provenire dalle storiche cioccolaterie, pasticcerie e piove della città. Torino è il regno delle delizie, e a cantare sono proprio loro: il Bunet, la bagna cauda, il vitel tonnato, la gianduia, il tabarin al tartufo, le nocciole delle Langhe, i plin… e la lista potrebbe continuare all’infinito. Ricette storiche che hanno saputo riscaldare e confortare intere generazioni, in una città che sa talvolta essere piuttosto rigida. Le strade sono lineari, la gente composta e il cielo, in alcune mattine, non ti lascia il respiro. Ma, quando arriva sera, e ci si ripara in un affascinante caffè antico o in una calda piola, Torino e la sua cucina hanno il potere di saperti rincuorare e di riportarti a tempi lontani.

Tempi in cui le madamin cuocevano per ore il brasato nel Barolo, in cui i pasticceri delle corte si cimentavano nella preparazioni di prelibatissime torte e cioccolate; e in cui la tradizione culinaria contadina si fondeva con quella decisamente più raffinata delle corti sabaude e dei salotti più mondani del regno italico. I torinesi sono legati proprio a queste loro due anime: quella contadina che li rende gente schietta e priva di fronzoli, e quella nobile che ne fa un popolo sobrio e raffinatissimo.
Ma oltre che della tradizione, la cucina piemontese è anche il frutto di una forte contaminazione, soprattutto da parte della sua più stretta vicina, la Francia. Dalla nouvelle cuisine, Torino importa il culto delle salse, rendendole un elemento centrale della propria cucina.
Assaporare i condimenti che accompagnano le acciughe, il vitello tonne o un bollito fumante, significa immergersi nella memoria di una cucina audace e avvolgente. Su una tavola torinese che si rispetti, non mancano braccetti di burro fuso, ciotoline di bagna cauda, di bagnetto ross e verd o barattoli di fantastica mostarda piemontese.
E mentre si versano, passano o inzuppano, le salse rendono l’antipasto la portata più ricca e fantasiosa del pasto e sicuramente di massima gioia e condivisione fra i commensali.

ristorante

Monferrato

Per vivere a pieno l’atmosfera torinese, scegliamo di salutare la città con un pranzo in una classica piola tradizionale. Facciamo varie ricerche, ci facciamo consigliare da amici e la nostra scelta ricade sulla piola Monferrato.
Per sentirci delle vere madamin torinesi, ci vestiamo eleganti e, avvolte in lunghi cappotti e berrettini alla francese, ci dirigiamo in Crimea. Qui, in una traversa di piazza Gran Madre, si trova la piola che, con nostra sorpresa, ha un aspetto semplice ma molto elegante. Ci fanno accomodare in una intima saletta vetrata che condividiamo con solo altri due tavoli. Una volta sedute, inizia la magia. Un valzer di carrelli e carrellin, di vassoi e piatti da portata, di camerieri che sembrano aver imparato una coreografia per muoversi fra i tavoli così scaltramente e servirli con antica maestria. Ogni portata è servita a modo proprio e quasi ognuna richiede un diverso carrellino, che sia per portare bauletti di tartufo, vassoi di ricchi antipasti o grandi piatti di secondi fumanti e porzionarli fra i commensali.

E infine il carrellino più fantastico di tutti.. quello dei dessert. Blanc manger, panna cotta, creme caramel, torta di mele, Bonet, pesche ripiene, Torronata e la lista potrebbe continuare, tutti disposti graziosamente su un carrellino a due piani da cui si può scegliere ogni delizia. È ovviamente il momento in cui esercitare il massimo autocontrollo, che personalmente so di non possedere di fronte ai dolci per cui non mi pongo il problema e ne assaggio quattro, uno più soffice e sorprendente dell’altro. Soprattutto comprendo finalmente il mito della panna cotta. A Roma si trova un po’ dovunque, come conclusione di una cena in un ristorante o in un osteria e seppur la ordini spesso perché spesso la scelta dei dessert a Roma non mi lascia grande alternativa, non l’ho mai trovato un dolce particolarmente buono. Insomma, mi è sempre sfuggito il motivo della sua fama, fino a questo momento. La panna cotta torinese è spettacolare, soffice e compatta, dal colore bianco candido macchiato da una colatura di caramello, ma soprattutto dalla consistenza mai provata prima. Così colpita dal soffice budino, una volta tornata a casa faccio qualche ricerca, e scopro che la panna cotta è in effetti un dolce nato in Piemonte ed è uno dei dolci più tipici della sua tradizione.
La leggenda vuole che sia nata nelle Langhe, agli inizi del Novecento, dove sarebbe stata cucinata per la prima volta da una signora ungherese. Le prime attestazioni invece, attribuiscono l’invenzione del budino alla famiglia dei Songia di Cuneo. Quel che è certo è che negli anni Sessanta fu proprio un discendente della famiglia, Ettore Songia, chef stellato al ristorante I tre citroni, a mettere su carta la ricetta di questo antico dolce, proprio come lo conosciamo noi oggi.

Dopo questo piccolo excursus sulla panna cotta, che non potevo proprio non fare, accenno brevemente al resto del pranzo. Antipasto di Vitel tonnato, plin al ragù di fassona, tajarin al tartufo bianco, brasato al barolo con polenta il tutto accompagnato da un confortante bicchiere di dolcetto piemontese. Un pranzo da ricordare per sempre, anche perché appunto, il primo tajarin al tartufo bianco non si scorda mai. Non potevamo lasciare Torino senza aver provato l’esperienza di vedere scaglie di tartufo posarsi dolcemente sul piatto di tajarin. Che poi sanno principalmente di burro sia chiaro, perché il tartufo è delicato e soprattutto rende sempre di più all’olfatto. Ma è la magia che crea quel momento che si conserva per sempre. Così, dopo tartufi e Bonet, lasciamo il ristorante e ci immergiamo nuovamente nella nebbia dei viali torinesi che ci portano a casa. Camminiamo per la Crimea con in testa un ricordo così dolce, la pancia piena e soprattutto con la sensazione, anche stavolta, che Turin canta la vita.

ciao

Torino

Dalla nouvelle cuisine, Torino importa il culto delle salse, rendendole un elemento centrale della propria cucina.Pasticceri delle corte si cimentavano nella preparazioni di prelibatissime torte e cioccolate; e in cui la tradizione culinaria contadina si fondeva con quella decisamente più raffinata delle corti sabaude e dei salotti più mondani del regno italico. I torinesi sono legati proprio a queste loro due anime: quella contadina che li rende gente schietta e priva di fronzoli, e quella nobile che ne fa un popolo sobrio e raffinatissimo. Ma oltre che della tradizione, la cucina piemontese è anche il frutto di una forte contaminazione, soprattutto da parte della sua più stretta vicina, la Francia. Dalla nouvelle cuisine, Torino importa il culto delle salse, rendendole un elemento centrale della propria cucina.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...